L'Italia e le emergenze sociali: un contesto poco rassicurante di un paese pieno di contraddizioni

L’Italia, già prima dell’inizio della recessione economica si presentava in una condizione di notevole debolezza e fragilità in tutti gli indicatori significativi del benessere delle famiglie: a)spesa per consumi, b)reddito disponibile, c)prodotto lordo pro capite. Per quello che riguarda la situazione del mercato del lavoro la crisi produttiva ha generato una pesante contrazione del prodotto interno lordo con conseguente calo occupazionale delle persone in età lavorativa (15 – 64 anni).  La situazione per coloro che non hanno perso la loro occupazione è cambiata su tre fronti: 1) riduzione monte-ore lavoro, 2) riduzione dello straordinario, 3) ricorso alla cassa integrazione. Tale situazione è particolarmente presente al Nord mentre al Sud si è riscontrato nella maggioranza dei casi la perdita del posto di lavoro senza nessun ammortizzatore sociale, inficiando giocoforza anche sui meccanismi di assorbimento e di entrata nel mercato del lavoro soprattutto nella fascia d’età che va dai 20 ai 34 anni, colpendo quindi i più deboli lavorativamente parlando: i giovani con scarsa esperienza occupazionale pregressa. Dalle precedenti considerazioni si evince quindi che il tasso di “deprivazione materiale”, ovvero il mancato accesso a consumi, compresi quelli previsti dal “paniere” dell’ISTAT, è cresciuto vertiginosamente. La situazione è drammatica soprattutto al Sud dove le giovani coppie hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese e dove spesso i figli non riescono ad abbandonare la casa dei genitori non riuscendo quindi a diventare soggetti autonomi continuando ad incidere sul reddito familiare e penalizzando proprio i nuclei familiari già penalizzati dalle difficili condizioni socio-ambientali. L’Italia in tal senso si è differenziata anche dagli altri Paesi Mediterranei tradizionalmente caratterizzati da tratti di debolezza e di fragilità, ma anche dai più dinamici dei New members (come la Slovenia, che in pochi anni ha guadagnato numerose posizioni). In particolare si può notare come la caduta del reddito disponibile tra il 2008 e il 2009, in conseguenza del primo impatto della crisi, sia stata rilevante, più percepibile anche rispetto a quella di Paesi considerati “deboli” come il Portogallo, la Grecia e la Slovacchia. (fonte ISTAT)

Un rapido sguardo agli indici di povertà (fonte ISTAT)

La percentuale di famiglie in condizione di povertà relativa, che nel 2008 era giunta all’11,3% si stabilizza su un livello del 10,8% (corrispondente a 2.657.000 famiglie) e quella degli individui al 13,1% della popolazione (7.810.000 persone) contro il 13,6% dell’anno precedente (8.078.000). L’incidenza della povertà assoluta, a sua volta, si attesta al 4,7% per le famiglie (1.162.000) e al 5,2% per gli individui (3.074.000) – era rispettivamente al 4,6% (1.126.000) e al 4,9% (2.893.000). La “linea di povertà relativa”– per la prima volta da quando esiste l’indice – è diminuita nel 2009 di 16,66 euro rispetto all’anno precedente (da 999,67 Euro a 983,01), scendendo al di sotto dello stesso livello del 2007 (quando era stata di 986,35 Euro), come effetto diretto della brusca caduta del reddito medio (e quindi della spesa media) delle famiglie nel loro complesso e dell’impoverimento generale dell’intera popolazione. Ciò significa che circa 223.000 famiglie, con un livello di spesa inferiore al quello dell’anno precedente e che le avrebbe fatte registrare come povere nel 2008, nonrisultano tuttavia tali (in base all’indicatore con “linea di povertà non ancorata”) nel 2009 in seguito al peggioramento generale del Paese: “Si tratta – come ricorda l’Istat – delle famiglie che hanno conseguito livelli di spesa lievemente inferiori, a prezzi costanti, a quelli del 2008, ma che non risultano povere se si tiene conto della diminuzione delle condizioni di vita medie della popolazione”. Sono famiglie concentrate soprattutto al Sud (dove l’indice di povertà relativa con soglia ancorata è del 24,3%. E’ peggiorata, e in misura notevole, l’intensità della povertà assoluta al Sud (dal 17,3% al 18,8%), dove invece l’incidenza è rimasta stabile, il che significa che qui hanno continuato a impoverirsi quelle famiglie (ed erano numerose) che già nel 2008 erano in condizione di povertà. 
E’ aumentata anche l’incidenza per le famiglie “senza occupati né ritirati dal lavoro”, già pesantemente penalizzate in precedenza, perché prive della tutela degli ammortizzatori sociali, raggiungendo il livello di guardia del 21,7% (una famiglia di questo tipo su cinque è “assolutamente povera”). E’ cresciuta, inoltre, l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie operaie, per le quali il tasso di povertà è passato dal 5,9% al 6,9%, e su cui si è evidentemente scaricata in misura particolare la crisi produttiva nella sua differenziata articolazione. Sono infine peggiorate le condizioni dei giovani – sebbene con percentuali considerare statisticamente non significative – mentre sia tra i 45 e i 54 anni che oltre i 65 l’incidenza è in leggero calo. Continua invece a crescere la quota di famiglie che “si sentono indifese nel far fronte a spese impreviste” (dal 32,0% del 2008 al 33,4% nel 2009, con tassi di crescita omogenei, anche se su grandezze differenziate sul territorio nazionale. Sintomo di un permanente e accentuato senso di vulnerabilità e di fragilità della propria posizione sociale. Crescono anche – concentrate al Nord e al Centro - le famiglie rimaste indietro con il pagamento dei debiti diversi dal mutuo (dal 10,5% al 13,6%); quelle che dichiarano di non potersi permettere “una settimana di ferie lontano da casa nel corso dell’anno”; e le famiglie del Centro e soprattutto del Nord (dove si registra in assoluto la crescita più forte di questo tipo di disagio, dal 4,4% al 5,3%) che dichiarano di non avere avuto sufficienti “soldi per acquistare cibo” – sintomo estremamente preoccupante dell’irrompere della crisi, nei suoi aspetti più severi come l’impatto sul regime alimentare, in aree tradizionalmente “forti” dal punto di vista economico, mentre al Sud – dove questo tipo di disagio ha da tempo assunto carattere endemico – l’impatto della crisi è stato meno evidentemente percepibile e anzi, grazie al raffreddamento dei prezzi, l’incidenza presenta una flessione. “Resta infine stabile la quota di famiglie che non può permettersi di riscaldare adeguatamente l’abitazione (10,7%), benché i prezzi al consumo del gas e dei combustibili liquidi siano diminuiti rispettivamente dell’1,5% e del 20%” (Istat, Rapporto annuale 2010).